MOBBING

Che cos’è il mobbing

Cos’è

La parola mobbing è stato coniata negli anni settanta dall’etologo Konrad Lorenze e trae origine dal verbo “to mob” che letteralmente vuol dire “attaccare”. Tale parola designa, infatti, la condotta aggressiva tra individui di uno stesso gruppo attuata con lo scopo di emarginare un membro dello stesso gruppo. Esso, dunque, si traduce in un’aggressione psicologica attuata ai danni del lavoratore in modo sistematico e continuativo.

In particolare, il mobbing può essere definito come l’insieme di quei comportamenti persecutori posti in essere dal datore di lavoro, intermedi o colleghi (mobber), attuati con intento lesivo e con continuità, tali da arrecare danni rilevanti alla condizione psico-fisica del lavoratore, posti al fine di vessarlo o emarginarlo dalla collettività in cui svolge la propria opera lavorativa.

Caratteristiche

Il mobbing presenta delle caratteristiche indispensabili oggettive e soggettive, senza i quali non si configura.

Quelle oggettive sono:

  1. una serie di comportamenti vessatori e persecutori, posti in essere dal datore di lavoro e/o dai colleghi non necessariamente illeciti (se singolarmente considerati) posti in essere contro la vittima in modo sistematico e protratto nel tempo;
  2. il concretizzarsi di un evento lesivo alla salute psicofisica e alla dignità del lavoratore,, in termini di stress, disturbi della personalità o, nei casi più gravi, forme depressive più o meno accentuate;
  3. l’esistenza di un nesso di causalità tra le condotte vessatorie e il danno subito, in termini di causa/effetto.

Quella soggettiva è l’elemento psicologico, cioè l’intento persecutorio e prevaricatore sulla persona che accomuna tutte le condotte sistematicamente poste in essere.

Lo scopo

Il fine che spinge il datore di lavoro o i colleghi a vessare un dipendente, il più delle volte, è quello di indurlo mediante pressione psicologica a dimettersi o a rinunciare a degli incarichi o, nei casi più gravi, ad annientarlo moralmente per astio o ritorsione nei suoi confronti. 

Come funziona

Esistono due tipologie di mobbing che si differiscono a seconda della posizione rivestiva dal mobber.

1) Mobbing verticale, esercitato dal datore di lavoro o dai suoi rappresentanti sui propri dipendenti. Le condotte più frequenti sono:

  • l’esclusione immotivata dalle comunicazioni aziendali, dai progetti o da riunioni indette per organizzare determinate iniziative, allo scopo di emarginare il dipendente;
  • lo spostamento continuo di una persona da un posto o  da una mansione all’altra, senza che vi sia un’esigenza effettiva;
  • l’assegnazione di mansioni sempre inferiori o, al contrario, un carico di lavoro sempre di più esorbitante;
  • campagne diffamatorie o rimproveri pubblici e ripetuti al dipendente o l’imputazione di fatti non commessi;
  • il rigetto continuo di richieste, ferie e permessi;
  • la minaccia di sanzioni disciplinari ingiuste, compreso il licenziamento e persino le molestie sessuali.)

2) Mobbing orizzontale, messo in atto dai colleghi nei confronti di una stessa persona. Il più delle volte, le condotte si traducono in aggressioni verbali, fino ad arrivare a quelle fisiche. Nei tempi più recenti, costituisce mobbing anche lo scherno o la derisione mediante i social network. Altre volte, la condotta vessatoria può attuarsi mediante condotte omissive, come l’ignorare una persona allo scopo di isolarla.

Lo Straining

Costituisce una forma di mobbing attenuato, caratterizzato dall’assenza di continuità nelle condotte vessatorie. Basta, infatti, una sola azione purché abbia effetti duraturi nel tempo e sia idonea ad arrecare un danno alla salute direttamente riconducibile alla condotta lesiva. Il caso più frequente è il demansionamento che non rispetti i limiti imposti dalla legge.

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