Al momento stai visualizzando L’INTIMAZIONE DI PAGAMENTO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE-RISCOSSIONE

L’INTIMAZIONE DI PAGAMENTO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE-RISCOSSIONE

Premessa

Nella procedura di riscossione esattoriale, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione procede al recupero del credito vantato dagli Enti impositori (Stato, Enti locali, Casse di previdenza, ecc.) sulla base del ruolo, ossia di un elenco di debitori dichiarati inadempienti nei loro confronti.

Tale elenco che costituisce il titolo esecutivo posto a fondamento della procedura di riscossione, viene scorporato dall’Agente della Riscossione in singole cartelle di pagamento nelle quali vengono esposte le pretese vantante nei confronti del singolo contribuente e a loro notificate, con la concessione di 30, 40 0 60 giorni per procedere al pagamento.

La cartella di pagamento non ha una validità illimitata nel tempo. Essa, infatti, assolve alla funzione di atto interruttivo della prescrizione, sicché essa va notificata entro il termine di prescrizione ordinaria o breve previsto per la singola pretesa economica. Inoltre, presenta un periodo di validità stabilito dal Legislatore, decorso il quale, da sola, non è più in grado di legittimare l’Agenzia delle Entrate-Riscossione al recupero coatto del credito pubblico.

La cartella di pagamento, infatti, una volta notificata, decorsi i termini concessi per il pagamento – qualora non sia stata sospesa in pendenza di opposizione da parte del contribuente – legittima l’Agente della Riscossione sia al recupero del credito, mediante procedure esecutive, sia all’adozione di misure cautelari quali fermi o ipoteche, entro 1 anno dalla notificazione stessa. Decorso l’anno ogni attività di recupero coatto deve ritenersi illegittima.

L’intimazione di pagamento.

Decorso 1 anno dalla notifica della cartella di pagamento senza che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione abbia avviato alcuna procedura esecutiva, non è più possibile procedere al recupero coattivo del credito sulla base della sola cartella di pagamento. L’Agente della Riscossione, infatti, dovrà notificare al contribuente un nuovo atto contenente l’indicazione della cartella di pagamento rimasta impagata, il relativo importo e la data della notifica, oltre l’intimazione di pagamento entro 5 giorni decorrenti dal suo ricevimento. Tale atto prende il nome di intimazione di pagamento (ex avviso di mora).

Esempio di intimazione di pagamento

Come la cartella di pagamento, anche l’intimazione di pagamento non presenta validità illimitata, essa, infatti, perde efficacia decorso 1 anno dalla notificazione senza che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione abbia proceduto con l’esecuzione forzata. Decorso tale termine, dunque, l’Agente della Riscossione per procedere con l’espropriazione forzata dei beni del debitore dovrà procedere a una nuova notifica dell’intimazione di pagamento.

L’intimazione di pagamento, al pari della cartella di pagamento, costituisce atto interruttivo della prescrizione, sicché impedisce al tributo o alla diversa pretesa di estinguersi per intervenuta prescrizione ordinaria o breve. Tale meccanismo consente di mantenere in vita la pretesa, anche se l’Agenzia delle Entrate-Riscossione non si attiva mai per la riscossione coattiva del credito.

Forme di notificazione.

L’intimazione di pagamento deve essere notificata secondo le forme previste dall’art. 26 d.P.R. 602/1973, il quale prevede la notificazione a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento ovvero la notificazione a mani da parte di messi comunali o dagli agenti della polizia municipale, previa convenzione tra l’Agente della Riscossione e il Comune. In questi casi la notifica può avvenire, in caso di assenza del destinatario, nelle mani di persone di famiglia o addette alla casa ovvero presso l’ufficio o l’azienda o, ancora, nei confronti del portiere dello stabile dov’è l’abitazione, l’ufficio o l’azienda.

Inoltre, la notifica può avvenire a mezzo posta elettronica certificata a condizione che l’indirizzo del destinatario risultanti dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC). La notificazione può avvenire a mezzo pec anche per i soggetti che ne fanno richiesta, diversi da quelli obbligati ad avere un indirizzo di posta elettronica certificata da inserire nell’INI-PEC, all’indirizzo dichiarato all’atto della richiesta.

Forme di tutela: giudiziaria e in autotutela.

L’intimazione di pagamento, come la cartella di pagamento, è un atto autonomamente impugnazione (art. 19 D.Lgs. 546/1992). L’impugnazione, tuttavia, è soggetta ai limiti indicati al comma 3 dell’art. 19 D.Lgs. 546/1992, secondo cui ogni atto autonomamente impugnabile lo è solo per vizi propri, ossia per vizi esistenti o collegati all’atto.

Esempi di vizi esistenti nell’atto sono:

  • la mancata o erronea indicazione di elementi fondamentali, quali la natura della pretesa, dell’anno di imposta, degli importi richiesti o dell’atto presupposto;
  • il difetto di motivazione, ossia la mancata allegazione dell’atto presupposto, come la cartella di pagamento o l’avviso di addebito;
  • la mancanza dell’intimazione, ossia dell’avvertimento che in difetto di pagamento si procederà esecuzione forzata;
  • la mancanza dell’informazione sul diritto di difesa, ossia del termine o modalità di impugnazione;
  • l’intervenuta prescrizione del debito prima della notifica dell’intimazione di pagamento.

Esempi di vizi collegati all’atto sono:

  • l’omessa o irregolare notifica dell’atto presupposto, come la cartella di pagamento o l’avviso di addebito;
  • l’irregolare notifica dell’atto di intimazione, come l’inesistenza dell’indirizzo di posta elettronica certificata dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione sui pubblici registri o l’errata notificazione al precedente indirizzo di residenza del contribuente.

Al di là di queste ipotesi di illegittimità, qualora il contribuente ritenga che la pretesa indicata nell’intimazione di pagamento non sia dovuta, non potrà impugnare l’atto qualora l’atto presupposto (cartella di pagamento o avviso di addebito o di accertamento) sia stato regolarmente notificato e non impugnato.

Decorso il termine di impugnazione, infatti, la pretesa diviene irretrattabile, ossia definitiva.

Tuttavia, nulla è perso! Qualora la pretesa contenuta nell’intimazione di pagamento (e lo stesso principio vale per la cartella di pagamento ricevuta) sia oramai definitiva, vi è un’altra strada. Quella dell’annullamento in autotutela dell’atto ricevuto.

Si propone con istanza da inviare a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento o a mezzo p.e.c. direttamente all’ente impositore. Lo scopo della procedura è quello di ottenere da parte dell’ente che ha formulato la pretesa impositiva il riconoscimento del vizio presente o collegato all’atto impositivo e il suo conseguente annullamento.

In caso di accoglimento della domanda di annullamento in autotutela, lo sgravio verrà direttamente comunicato all’Agenzia delle Entrate-Riscossione la quale procederà ad annullare l’intimazione di pagamento (lo stesso procedimento avviene nel caso di cartella di pagamento).