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LA CARTELLA ESATTORIALE: LA PRESCRIZIONE

La cartella di pagamento.

La cartella di pagamento è quell’atto dell’Agente della Riscossione, oggi Agenzia delle Entrate-Riscossione, che intima al contribuente il pagamento di un tributo, di una sanzione, di un contributo pensionistico non versato all’Ente creditore.

La cartella di pagamento viene emessa sulla base del ruolo, ossia del titolo esecutivo emesso dall’Ente creditore e trasmesso all’Agente della Riscossione in cui vengono elencati tutti coloro che risultano debitori, unitamente alla natura della pretesa e all’importo dovuto.

Il ruolo, sottoscritto dal dirigente dell’Ente creditore e munito di esecutività, viene trasmesso all’Agente della Riscossione, in base al quale formerà le singole cartelle di pagamento che costituiscono un estratto del ruolo, riferito al singolo debitore in cui vengono elencati tutti i debiti esistenti nei confronti dell’ente creditore.

La cartella di pagamento assegna termini di pagamento – decorrenti sempre dal giorno di notificazione della cartella -diversi a seconda della natura dell’imposizione.

  • per i tributi, il termine è di 60 giorni;
  • per i contributi, il termine è di 40 giorni;
  • per le multe e le sanzioni amministrative, il termine è di 30 giorni.

Lo stesso termine rileva anche ai fini dell’opposizione alla cartella di pagamento, la cui competenza giudiziaria cambia sempre in relazione alla natura dell’imposizione.

  • per i tributi, la competenza è della Corte di Giustizia Tributaria di I grado;
  • per i contributi, la competenza è del Tribunale, in funzione di Giudice del Lavoro;
  • per le sanzioni amministrative cambia a seconda della norma violata. Se si tratta di violazione al codice della strada, è competente, indipendentemente dall’entità della multa, il Giudice di Pace; negli altri casi, entro i 15.493 euro la competenza è del Giudice di Pace, superato tale importo e in altri casi specificamente indicati dall’art. 6 D.Lgs. 150/2011 la competenza è del Tribunale Ordinario.

Il pignoramento di stipendi e pensioni.

Qualora la cartella di pagamento superi il termine di pagamento, senza che vi sia stata opposizione, l’Agente della Riscossione è legittimato alla riscossione coattiva del credito in essa indicato.

Le norme sulla riscossione esattoriale e, in particolare, quelle che disciplinano il pignoramento presso il terzo debitore prevedono, rispetto alla disciplina del codice di procedura civile, limiti di pignorabilità differenti a seconda dell’importo del credito da lavoro o pensionistico.

Il pignoramento presso terzi è quella procedura esecutiva volta all’acquisizione coatta dei crediti che il contribuente vanta verso i propri debitori (terzi), come ad esempio, lo stipendio nei confronti del datore di lavoro, la pensione nei confronti dell’Inps o di altre casse di previdenza private, le somme depositate presso istituti di credito, oppure cose materiali del debitore che sono in possesso di terzi.
Alla notifica dell’atto del pignoramento, l’Agente della Riscossione ingiunge al terzo di versare o consegnare direttamente a sé quanto da lui dovuto al debitore-contribuente (creditore del terzo).

Qualora il pignoramento dovesse riguardare stipendi o qualsiasi altra indennità derivante da rapporto di lavoro, esistono per l’Agente della Riscossione precisi limiti:

  • fino a 2.500 euro la quota pignorabile è un decimo;
  • tra 2.500 e 5.000 euro la quota pignorabile è un settimo;
  • sopra i 5.000 euro la quota pignorabile è un quinto.

Il pignoramento può essere effettuato anche sulle somme depositate sul conto corrente, a esclusione dell’ultimo stipendio che resta sempre disponibile per qualsiasi necessità del debitore.

Qualora il pignoramento dovesse riguardare la pensione, questa è intoccabile se non supera 1.000 euro. Il pignoramento può operare nei limiti dell’eccedenza, ma rispettando sempre le quote previste per lo stipendio (1/10 per pensioni fino a 2.500 euro; 1/7 per pensioni fino a 5.000 euro; 1/5 per pensioni superiori a 5.000 euro).

La prescrizione della cartella di pagamento.

Il procedimento di riscossione esattoriale è soggetto alle norme sulla prescrizione del credito.

La prescrizione è quell’istituto che lega al trascorrere del tempo l’estinzione di un diritto, se non esercitato dal suo titolare. Di norma, i diritti di credito si prescrivono (cioè si estinguono) nel termine di 10 anni o di 5 anni (se si tratta di diritti connessi a prestazioni periodiche, annuali o infrannuali) senza che il suo titolare lo abbia mai esercitato.

I diritti di credito vengono esercitati attraverso tutti quegli atti volti al loro soddisfacimento, come un sollecito di pagamento o un’azione giudiziaria. In ogni caso, il termine di prescrizione comincia a decorrere da quando il diritto può essere fatto valere, ossia da quando il creditore è legittimato a richiedere il pagamento.

In materia di riscossione esattoriale, il legislatore non ha previsto dei termini di prescrizione delle cartelle esattoriali.

Una parte della giurisprudenza “minoritaria” aveva ritenuto che le cartelle fossero soggette alla prescrizione breve di 5 anni, indipendentemente dalla natura statale o locale del tributo, trattandosi, in ogni caso, di prestazioni periodiche, ossia somme dovute con una cadenza periodica, di norma, annuale.

L’orientamento maggioritario della Corte di Cassazione e del Giudice tributario, invece, ha diversificato il termine di prescrizione, a seconda della natura della pretesa indicata nella cartella di pagamento, distinguendo in:

  • 10 anni le cartelle per i tributi erariali, ossia dovuti allo Stato, come Irpef, Iva, Ires, imposta di bollo, canone Rai, imposta catastale;
  • 5 anni le cartelle per i tributi locali, ossia dovuti alle Regioni, Province e Comuni come Tari, Imu, Tosap (ad eccezione del Bollo auto);
  • 5 anni le cartelle per le multe stradali e, in generale, per le sanzioni amministrative;
  • 5 anni le cartelle per contributi dovuti a Inps e Inail;
  • 3 anni per le cartelle sul bollo auto.

La prescrizione inizia a decorrere da quando la cartella è stata ricevuta dal debitore e non da quando essa è divenuta definitiva, ossia da quando sono decorsi i termini per il pagamento.

I casi in cui la cartella di pagamento è illegittima.

La prescrizione della pretesa fatto valere attraverso la cartella di pagamento può intervenire in due casi:

  • la prescrizione che matura prima della notifica della cartella di pagamento, cioè quando tra la data di notifica dell’avviso di accertamento e la data di notifica della cartella di pagamento trascorre un tempo maggiore di quello previsto a seconda della natura del credito.

Ad esempio, una cartella di pagamento notificata 6 anni dopo la notifica dell’avviso di accertamento IMU, senza che sia intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione.

  • la prescrizione che matura dopo la notifica della cartella di pagamento, cioè quando l’Agente della Riscossione, dopo aver notificato la cartella di pagamento, non compie alcuna azione esecutiva lasciando trascorrere un tempo superiore rispetto a quello previsto per la prescrizione della pretesa, notificando con ritardo l’intimazione di pagamento.

Nei casi in cui l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, dopo aver notificato la cartella di pagamento, non procede con alcuna azione esecutiva per almeno 1 anno dalla notifica della cartella stessa, non può compiere alcun pignoramento senza la preventiva notifica dell’intimazione di pagamento, il quale costituisce un atto “autonomamente impugnabile” con cui l’Agente della Riscossione sollecita l’adempimento dell’obbligazione iscritta a ruolo entro 60 giorni, decorsi i quali, è legittimato a procedere con il pignoramento.

La prescrizione della pretesa può ritenersi sussistente qualora tra la data della notifica della cartella di pagamento e la data della notifica della cartella di pagamento sia trascorso un tempo maggiore a quello previsto per la pretesa in essa contenuta.

Ad esempio, per un tributo erariale, tra la data di notifica della cartella di pagamento e la data di notifica dell’intimazione di pagamento siano trascorsi 11 anni, senza alcun ulteriore atto interruttivo.

Nei casi di intervenuta prescrizione della pretesa, la cartella di pagamento o, alternativamente, l’intimazione di pagamento sono illegittimi. Il contribuente dovrà proporre un ricorso-reclamo nei confronti dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione e dell’Ente creditore chiedendo l’annullamento della cartella o dell’intimazione entro il termine di 90 giorni. Se la domanda di reclamo non dovesse essere accolta, per ottenere l’annullamento della pretesa, il ricorso dovrà essere depositato presso la Corte di Giustizia Tributaria di I grado competente per territorio.

Il ricorso dovrà essere notificato tenendo conto dei termini di impugnazione previsti in base alla natura della pretesa ritenuta prescritta e cioè:

  • 60 giorni per i tributi;
  • 40 giorni per i contributi;
  • 30 giorni per le multe e sanzioni amministrative.