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IL PIGNORAMENTO PRESSO TERZI: COMPETENZA E LIMITI

Cos’è

Il pignoramento presso terzi è quella procedura esecutiva diretta al soddisfacimento coattivo di un credito – accertato con sentenza o con decreto ingiuntivo anche provvisoriamente esecutivo – attraverso l’assegnazione, in favore del creditore procedente, di un credito che il debitore vanta nei confronti di un proprio debitore.

Tre, dunque, sono i soggetti della procedura:

  • il creditore procedente (cioè colui che aziona il provvedimento giudiziario, detto titolo esecutivo);
  • il debitore esecutato;
  • il terzo debitore.

Il terzo debitore può essere sia un soggetto privato (esempio, il datore di lavoro, una banca o la posta) sia un soggetto pubblico (esempio, l’Inps, una pubblica amministrazione statale o locale).

In ogni caso, occorre che il terzo debitore, entro 10 giorni dalla notifica dell’atto di pignoramento, comunichi la dichiarazione al creditore procedente di quale somma è debitore o di quali cose si trova in possesso e quando deve eseguire il pagamento o la consegna. Tale dichiarazione deve essere trasmessa via pec o con raccomandata a.r. direttamente all’avvocato che assiste il creditore procedente.

Competenza territoriale

La natura pubblica o privata del terzo debitore assume rilievo ai fini dell’individuazione del giudice dell’esecuzione territorialmente competente. La riforma del Codice di procedura civile attuata con la L. 26 novembre 2021, n. 206 ha modificato i precedenti criteri con i seguenti:

  • se il terzo debitore è una Pubblica Amministrazione: è competente il giudice del luogo dove ha sede l’ufficio dell’Avvocatura dello Stato nel cui distretto il creditore procedente ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede.
  • negli altri casi (la regola generale): è competente il giudice del luogo in cui il debitore esecutato (non il terzo) ha la residenza, il domicilio, la dimora o la sede.

L’oggetto del pignoramento: i crediti assolutamente impignorabili o pignorabili in parte

Il pignoramento presso terzi può avere ad oggetto crediti, denaro o altre cose mobili che si trovino nel possesso di terzi. Con maggior frequenza, il pignoramento colpisce le retribuzioni e le pensioni.

Al fine di tutelare i crediti retributivi o pensionistici, il Legislatore ha dettato una serie di limiti che hanno come scopo principale quello di tutelare il diritto al sostentamento e al minimo vitale.

Il Codice di procedura civile detta precise regole limitative che escludono o limitano la parte del credito pignorabile in base alla natura dello stesso.

In particolare, non sono pignorabili:

  • i crediti alimentari, tranne che per cause alimentari, ma solo nella misura autorizzata con decreto del Presidente del Tribunale. Tali crediti, in sostanza, possono essere pignorati solamente per soddisfare crediti della stessa natura e solamente previa autorizzazione del giudice, pena la nullità del pignoramento.
  • i sussidi di grazia, di sostentamento, di maternità o di malattia.

Sono, invece, limitatamente pignorabili:

  • i crediti retributivi (quali stipendi o altre indennità derivanti dal rapporto di lavoro, comprese quelle discendenti dal licenziamento e la tredicesima), sempre che il pignoramento venga eseguito direttamente presso il datore di lavoro e cioè prima dell’accreditamento nel conto corrente, nella misura:
  1. stabilita dal Presidente del Tribunale per le cause alimentari;
  2. di un quinto per i crediti tributari e per ogni altro credito.
  • i crediti pensionistici, sempre che il pignoramento venga eseguito direttamente presso l’ente previdenziale, cioè prima dell’accreditamento nel conto corrente, nella misura di un quinto della parte del credito eccedente il doppio della misura massima mensile dell’assegno sociale, con un minimo invalicabile di 1.000,00 Euro. Tale limite è in vigore dal 22 settembre 2022 ed è stato introdotto con il c.d. decreto aiuti bis (D.L. 115/2022) che ha innalzato il precedente limite dell’impignorabilità fino all’importo massimo mensile dell’assegno sociale aumentato della metà.
  • i crediti retributivi e pensionistici già accreditati in conti correnti bancari o postali intestati al debitore (cioè il pignoramento eseguito non presso il datore di lavoro o l’ente previdenziale, bensì direttamente presso la banca o le Poste in cui il debitore esecutato ha aperto il conto corrente), nella misura:
  1. indicata per le precedenti ipotesi, se l’accredito è contestuale o successivo al pignoramento (quindi valgono le regole già dette);
  2. di un quinto della parte del credito eccedente il triplo della misura massima mensile dell’assegno sociale, se l’accredito è antecedente al pignoramento.

Una parte della giurisprudenza ritiene che il limite previsto per i crediti retributivi o pensionistici già accreditati non operi nel caso in cui il creditore procedente pignori il conto corrente del debitore esecutato, poiché le somme una volta depositate nel conto corrente perdono la loro originaria connotazione causale.

A tal proposito la Corte di Cassazione ha statuito che “Per l’ipotesi in cui le somme dovute per crediti di lavoro siano già affluite sul conto corrente bancario del debitore esecutato non si applichino le limitazioni al pignoramento previste dall’art. 545. Infatti il credito del debitore che viene pignorato è il credito alla restituzione delle somme depositate che trova titolo nel rapporto di conto corrente; è irrilevante il motivo per cui le somme sono versate poiché il denaro è bene fungibile per eccellenza” (Cass. Civ. n. 17178/2012).