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CRÉDITOS SALARIALES: LA CUESTIÓN DE LA PRESCRIPCIÓN DEL DERECHO

La Corte de Casación con la sentenza 26246 depositata il 6 settembre 2022, ha affermato il principio di diritto secondo cui Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non è assistito da un regime di stabilità. Sicché, il termine di prescrizione della retribuzione decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro“.

L’obbligazione retributiva

La retribuzione representa el corrispettivo della prestazione lavorativa offerta dal lavoratore all’imprenditore e si qualifica come un diritto soggettivo irrinunciabile, tutelato dall’art. 36 dalla Legge fondamentale che ne ravvisa i due elementi fondamentali: la proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro prestato e la sufficienza atta ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia.

La retribuzione, dal lato del datore di lavoro, costituisce l’obbligazione principale, regolata, al pari di qualunque altro obbligo, innanzitutto, da due norme codicistiche fondamentali. La prima è l’art. 1176 cod. civ., che ne impone la diligenza nell’adempimento; la seconda è l’art. 1218 cod. civ. che ne sancisce la responsabilità in caso di inadempimento.

Es más, vi è l’art. 2099 cod. civ. che prevede che la retribuzione debba essere corrisposta, en la norma, presso il luogo di lavoro. Tale norma va letta alla luce di quanto stabilito dalla legge di Bilancio 2018, secondo cui i datori di lavoro non possono corrispondere la retribuzione per mezzo di denaro contante, bensì attraverso un bonifico bancario o postale all’Iban comunicato dal lavoratore.

Unitamente alla retribuzione, il datore di lavoro è, altresì, obbligato a consegnare al lavoratore un prospetto paga (c.d. busta paga), che, in caso di inadempimento, rappresenta un valido titolo per potere ottenere, sussistendone tutti gli altri presupposti, un’ingiunzione di pagamento.

La prescrizione dei crediti retributivi

La retribuzione è un obbligo che il datore di lavoro deve adempiere nel termine stabilito dal contratto individuale o dalla contrattazione collettiva applicata al singolo rapporto di lavoro.

Come qualsiasi altro diritto, anche quello inerente alla retribuzione è assoggettato a un termine di prescrizione, ossia un lasso di tempo che, in caso di inerzia del titolare (lavoratore), ne determina la sua estinzione.

Ai sensi dell’art. 2948 norte. 4 cod. civ., quanto viene versato dal datore di lavoro con cadenza annuale o infra annuale (il cui esempio per eccellenza è la mensilità retributiva) è soggetto al termine di prescrizione quinquennale, così come per le competenze spettanti a seguito della cessazione del rapporto di lavoro (es. il Tfr o l’indennità di mancato preavviso), ex art. 2948 norte. 5 cod. civ.

La questione particolarmente dibattuta riguardava il termine iniziale della prescrizione e cioè se i cinque anni erano da considerarsi decorrenti dalla cessazione del rapporto di lavoro ovvero, nel rispetto dell’Arte. 2935 cod. civ., dal giorno in cui il diritto poteva essere fatto valere mi, entonces, anche in costanza del rapporto di lavoro.

Gli interventi della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione

La tesi maggiormente condivisa, financo sostenuta dalla famosa sentenza n. 63/1966 della Corte Costituzionale, era quella secondo cui la regola sancita dall’art. 2935 cod. civ. non opera per i diritti retributivi in ragione della condizione di soggezione psicologica in cui versa il lavoratore nel rapporto privatistico. Soggezione che si concretizza – spiegava la sentenza – “nel timore del recesso, cioè del licenziamento che spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia ad una parte dei propri diritti; di modo che la rinuncia, quando è fatta durante quel rapporto non può essere considerata una libera espressione di volontà negoziale e la sua invalidità è sancita dall’art. 36 della Costituzione”.

Pertanto, secondo la Consulta, in caso di crediti retributivi operava la regola del differimento al termine del rapporto di lavoro per la rivendicazione giudiziale dei diritti retributivi rimasti insoddisfatti, con conseguente dichiarazione di illegittimità costituzione dell’art. 2948 norte. 4 cod. civ. nella parte in cui consentiva la decorrenza del diritto alla retribuzione nel corso del rapporto di lavoro.

Era il metus, quindi, la ragione che aveva fatto propendere – limitatamente al rapporto di lavoro subordinato privatistico – alla scelta di escludere la decorrenza del termine quinquennale ai fini dell’esercizio del credito retributivo, ossia il timore radicato nel dipendente d’impresa che eventuali azioni giudiziarie volte al recupero della retribuzione potessero far sorgere nell’animo del datore di lavoro reazioni ritorsive, quali, nei casi più gravi, il licenziamenti oppure, trasferimenti, demansionamenti o blocchi alla carriera.

Questa impostazione fu rispettata fino agli interventi normativi a protezione del lavoratori dai licenziamenti “punitivi” e arbitrari. In particolare, con la legge sulla “giusta causa e il giustificato motivo” e con l’ingresso dello Statuto dei Lavoratori, la Corte Costituzionale – con una serie di pronunce a cavallo tra il 1969 e il 1972 – mitigò la regola del differimento, sostenendo che “non era applicabile tutte le volte che il rapporto di lavoro subordinato fosse caratterizzato da una particolare forza di resistenza la quale deriva da una disciplina che assicuri la stabilità del rapporto e fornisca la garanzia di appositi rimedi giurisdizionali contro ogni legittima risoluzione”.

Tale impostazione fu condivisa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1268/1976, in cui affermò che la decorrenza della prescrizione (quinquennale) dei crediti retributivi non è unica per qualsiasi rapporto di lavoro ma dipende [] dale grado di stabilità del rapporto medesimo”, riconoscendo quest’ultima in tutti quei rapporti – pubblici o privati – regolati “da una disciplina la quale sul piano sostanziale subordini la legittimità e l’efficacia della risoluzione alla sussistenza di circostanze obbiettive e predeterminate e, sul piano processuale, affidi al giudice il sindacato su tali circostanze e la possibilità di rimuovere gli effetti del licenziamento illegittimo”.

Questo nuovo orientamento, in sostanza, escludeva la posticipazione della decorrenza del dies a quo prescrizionale a quei rapporti caratterizzati dalla garanzia della stabilità riconosciuta allorquando il licenziamento poteva essere oggetto di tutela reale mi, entonces, di reintegra del lavoratore ai sensi dell’art. 18 Statuto dei Lavoratori (cfr. Cass. norte. 5494/1997).

En otras palabras, la prescrizione per i crediti retributivi iniziava a decorrere dalla cessazione del rapporto di lavoro solo per i dipendenti di aziende con meno di 15 lavoratori, essendo quest’ultimi tutelati dalla garanzia della reintegrazione nel posto di lavoro per il caso dei licenziamenti illegittimi; Mientras, superata la soglia occupazionale, operando la sola tutela risarcitoria, la prescrizione decorreva ordinariamente di mese in mese.

L’intervento “demolitorio” della Riforma Fornero e del Jobs act

L’impostazione fin qui esposta mantenne le proprie redini per quasi mezzo secolo e cioè fino all’intervento “depotenziante” della tutela reale avvenuto con l. 92/2012 (Riforma Fornero) mi, a seguire, con il D.Lgs. norte. 23/2015 di riforma in peius dell’art. 18 Statuto dei Lavoratori, limitando fortemente l’applicazione della tutela reale ai lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015.

La marginalizzazione della tutela reale ha comportato una reviviscenza dell’originario orientamento espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza 63/1966, conferendo così nuova rilevanza alla regola del differimento prescrizionale dei crediti retributivi alla cessazione del rapporto di lavoro.

La sentenza 6 settembre 2022 norte. 26246 della Corte di Cassazione

Dopo l’intervento del nuovo regime sanzionatorio dei licenziamenti illegittimi nella giurisprudenza di merito si è venuto a creare un contrasto di orientamenti sull’applicabilità o meno della regola del differimento della prescrizione nei casi di licenziamenti sanzionati con la tutela reale.

In particolare, da un lato, vi sono state sentenze che hanno escluso la regola nei casi di licenziamenti assistiti dalla tutela reale ex art. 18 l. 300/70 (cfr. App. Milano sez. lav. 35/2019; Trib. Milano sez. lav. 2713/2017); Mientras, dall’altro, vi sono state pronunce che, En cambio, hanno esteso la regola a tutti i rapporti di lavoro privatistici indipendentemente dall’applicabilità della tutela reale od obbligatoria al licenziamento (cfr. App. Milano sez. lav. 1352/2021; Trib. Firenze sez. lav. 25/2018).

A comporre il contrasto è intervenuta la Corte de Casación con la sentenza 26246 depositata il 6 settembre 2022, nella quale ha affermato il principio di diritto secondo cui Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, così come modulato per effetto della legge n. 92 del 2012 e del decreto legislativo n. 23 del 2015, mancando dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguatanon è assistito da un regime di stabilità. Sicché, per tutti quei diritti che non siano prescritti al momento di entrata in vigore della legge n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, norte. 4 mi 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro“.

In particolare, i Giudici di legittimità sono intervenuti in riforma di una sentenza della Corte di appello di Brescia che aveva ritenuto, anche dopo la riforma dell’art. 18, la permanenza della stabilità reale del rapporto di lavoro quale rimedio invocabile dal lavoratore in caso di licenziamento “per ritorsione, e dunque discriminatorio”, escludendo, importantemente, Illinois metus del lavoratore, in grado di indurlo a non avanzare pretese retributive nel corso del rapporto. Ciò in quanto, in caso di licenziamento intimato per ritorsione o discriminatorio ovvero per motivo illecito determinante avrebbe potuto senz’altro ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro.

L’interpretazione offerta dal Giudice di appello è stata smentita dalla Corte di Cassazione, la quale ha richiamato l’impostazione interpretativa della Corte Costituzionale relativamente all’art. 2948 norte. 4 Cost., evidenziando, altresì, che l’individuazione del giorno iniziale di decorrenza del credito retributivo deve essere, sia per il lavoratore sia per il datore di lavoro, de immediata e chiara identificazione.

Le riforme introdotte dalla Legge Fornero e dal Jobs act hanno avuto, En efecto, l’effetto di “destabilizzare e marginalizzare” la tutela reale, conducendola da un’applicazione automatica a ogni forma di licenziamento illegittimo a un’applicazione selettiva e quasi residuale della stessa, dando dimostrazione di una maggiore predilezione della tutela obbligatoria, rispetto a quella idonea ad assicurare la stabilità del rapporto di lavoro.

Pertanto, in assenza di una netta demarcazione tra la tutela reale e quella obbligatoria, la Corte di Cassazione, in un’ottica garantista per il lavoratore, ha sostenuto l’orientamento seguito da parte della giurisprudenza di merito secondo cui laprescrizione dei crediti lavorativi decorre dalla conclusione del rapporto di lavoro anche per quei rapporti in cui trova applicazione l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori nella sua nuova formulazione.